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Warm Bodies, la recensione del nuovo film dei produttori di Twilight

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Warm Bodies è un libro di Isaac Marion che negli Stati Uniti ha ottenuto un ottimo successo di pubblico e di critica. Quanto basta per farlo diventare il soggetto di un film hollywoodiano. La trasposizione è stata affidata a Jonathan Levine che ne ha curato sia la sceneggiature che la regia.

La storia di Warm Bodies è ambientata in uno scenario post apocalittico in cui la gran parte della popolazione si è trasformata in zombie ed i pochi esseri umani viventi si sono asserragliati in città trasformate in fortezze. Il personaggio principale è R un adolescente trasformato in zombie che però non riesce ad abbandonare i suoi sogni e le sue aspirazioni. Dal futuro vorrebbe qualcosa in più di lunghe passeggiate senza meta, grugniti senza senso e qualche sushi di cervello qui e là.

Nella sua non vita irrompe Julie, la figlia del generale che governa una delle città umane ancora esistenti, e scoppia l’amore. Un sentimento che attraverso un tumulto interiore e diverse peripezie diventa la salvezza di R e di tutto il genere umano. Questo nel libro.

Il film realizzato da Levine è una commedia adolescenziale, stile anni 80-90, mal riuscita e poco efficace. Non c’è un minimo di paura o di brivido nel vedere gli zombie in azione. La trasformazione di R è banalizzata. Il giovane R dovrebbe essere un’eccezione in un mondo di mostri senza cervello e con un solo istinto ed invece dopo pochi minuti di film la giovane coppia si fa già strada tra orde di zombie compiacenti.

Le interpretazioni dei due protagonisti, Nicholas Hoult e Teresa Palmer, non risollevano il tenore della pellicola. Anche John Malkovich sembra capitato nel film per caso, quasi per dovere o per fare un piacere ad un amico. Da salvare solo Rob Cordry che interpreta M, il miglior amico del protagonista. Il caratterista e comico statunitense almeno riesce a strappare qualche risata.

Il fumetto The Walking Dead e la successiva serie Tv hanno dato una spolveratina alla fama degli zombie. Warm Bodies, però, parte da una buona premessa e finisce per sprecarla completamente. Non è un horror, e non voleva esserlo, ma non è neanche una commedia romantica o un teen movie. In definitiva la parte migliore del film è racchiusa tutta nei primi quattro minuti. Questa volta i produttori di Twilight hanno toppato. Roba da mangiarsi il cervello.



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