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"Take five", recensione: il film di Guido Lombardi sulla malavita al Festival di Roma 2013

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E’ stato presentato oggi in anteprima stampa “Take Five”, uno dei tre film italiani in concorso al Festival di Roma 2013. Guido Lombardi, regista della pellicola, porta in scena la malavita “male” organizzata di una banda di cinque presunti delinquenti che non hanno a che fare con la camorra, ma cercano senza paura di sfidarla utilizzando, almeno nelle intenzioni, i suoi stessi mezzi: illegalità, potere, sfida e terrore.

Guarda le foto tratte dal film "Take Five" di Guido Lombardi

Carmine è un idraulico in fissa per il gioco che l’ha portato ad indebitarsi con la mala. Quando è a lavoro per riparare una perdita fognaria gli viene in mente l’idea di rapinare una banca per racimolare dei soldi e saldare i debiti. Contatta Gaetano, ricettatore, che avrà il compito di mettere su la banda, l’ex criminale recluta, infatti, anche Ruocco, suo nipote, ex promessa del pugilato; Sasà, ora fotografo di matrimoni e scassinatore in pensione dopo un infarto; e infine ‘o Sciomen, un vecchio delinquente attento a curare la sua depressione.

I cinque, con grandi imprevisti, riusciranno a rapinare la banca, ma altrettanti imprevisti negativi li porteranno a vedersela faccia a faccia con la camorra che non fa sconti a nessuno.

La verità, la credibilità di questo film è data dalle stesse identità degli attori. Il regista ha ben pensato di costruire dei personaggi su ognuno di loro lasciando che la loro vita reale fosse portata sul grande schermo: Ruocco, è realmente un’ex promessa del pugilato datosi agli incontri clandestini per aver perso, a causa di una squalifica, la possibilità di continuare la sua carriera; Gaetano è realmente Gaetano Vaio, ora attore e regista, ma nel passato ha trascorso alcuni anni in carcere per avventure criminali; Salvatore Striano è realmente Sasà, anche lui ex carcerato che ha, poi, cominciato a coltivare la sua passione per il teatro; ed infine, Carmine è Paternoster è realmente Carmine, anche lui conoscitore del carcere e un passato da piccolo criminale. Peppe Lanzetta (o'Sciomen) è l'unico che nella vita reale non ha precedenti penali e si dedica ai tempi cari a Guido Lombardi nel suo film, scrivendo i suoi testi dedicati ai ragazzi delle periferie napoletane

La loro realtà passata li ha portati sul set con grande naturalezza, quella autenticità che comincia dalla scelta di lasciare ad ognuno i propri nomi di battesimo. Tutto ciò, molto probabilmente, ha contribuito a far sì che loro stessi sul set si sentissero più veri e si calassero completamente nella parte.

Nei primi minuti del film la pellicola potrebbe sembrare deludente, in effetti il primo pensiero che viene in mente è: ancora un film sulla camorra? Ma bastano davvero pochi minuti - il tempo di che Gaetano metta su la sua banda - che tutto si rivela diverso ed inaspettato. I cinque protagonisti sono goffi, inesperti. Sono cinque personalità differenti che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Sono dei delinquenti arrugginiti, o alcuni non lo sono mai stati, che si fanno furbi, ma senza grossi risultati. Una banda di “Blues Brothers” in salsa partenopea che da subito minimizza il potere esasperato della reale camorra e riporta tutti a dimensioni umane.

Il segreto di questo film, dunque, sta nell’originalità: ormai tutto è stato raccontato della mala vita e fare un altro film-documentario sarebbe stato troppo e poco interessante. Lombardi, invece, ha trasmesso con “Take Five” un volto ironico e buffo della malavita, mai raccontato prima. Ma anche le storie più fantastiche dovranno, ad un certo punto, fare i conti con la realtà: in alcune scene, non troppo invasive, la presenza dei già noti sistemi della camorra si presentano davanti.

L’attenzione su “Take five” è sempre attiva anche quando la prevedibilità di alcune situazioni si fa sentire. Guido Lomabrdi ha esordito al cinema nel 2011 con Là-bas – Educazione criminale che l’ha portato a trionfare alla Mostra del Cinema di Venezia durante la settimana della critica.

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