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Sebastiano Filocamo, attore in "Tutti i rumori del mare", ad Excite: "Oscar o David di Donatello?Una festa tra soliti noti"

  • Monica Silva

di Antonella Dilorenzo

Attore di teatro, regista, volto del cinema. Sebastiano Filocamo non è una personalità nazional-popolare, e tiene a precisarlo, è un artista versatile che lavora da moltissimi anni nel campo dell'arte recitativa. Ha iniziato con il teatro, lavorando accanto a Claudio Bisio, Paolo Rossi, Elio De Capitani, è passato al cinema lavorando con Giuseppe Tornatore ed è approdato alla regia teatrale.

Come vive un attore di talento la sua carriera senza avere le telecamere puntate addosso? E' possibile, in Italia, vivere di sola arte? Come si arriva a vincere un premio prestigioso? Ce lo racconta Sebastiano Filocamo, attore protagonista di “Tutti i rumori del mare”, opera prima di Federico Brugia.

Come è iniziata la tua carriera professionale?

Diciamo che in teatro ho iniziato con il piede giusto. Il mio primo spettacolo è stato “Nemico di classe “ del Teatro dell'Elfo (vedeva tra gli altri interpreti Claudio Bisio, Paolo Rossi, Elio De Capitani), rimasto un cult nel panorama del teatro italiano. Poi, dopo 3 anni di tournée dello spettacolo, ho scelto strade meno popolari dei miei colleghi, più vicine al mio sentire. Alla proposta successiva di Gabriele Salvatores di recitare in “Comedians” decisi, invece, di fare uno spettacolo che parlava di diritti, lager e omosessualità - era l'85 - per la regia di Marco Mattolini, con Zingaretti, Bonucci e Ghini.

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Sono arrivati in seguito tanti altri spettacoli con ruoli importanti e pieni di significato e di impegno: “Naja”di Angelo Longoni, spettacolo cui sono legato moltissimo per ragioni personali; “Delitto e castigo” per la regia di Y.Liubimov, “La casa degli spiriti” diretto da C. Della Seta, spettacolo che mi ha portato a recitare in Israele, poi “Cuccioli” di Varga Llosa regia di G. Solari, per arrivare a Montedidio di Erri de Luca con la regia di D.Horovitz, qualche anno fa.

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Molti non lo sanno, ma hai anche recitato in “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore. Che collega/capo è Giuseppe Tornatore?

Sono arrivato al provino di sabato mattina, a Cinecittà. Emozionato e più insicuro del solito. Ero tornato in Italia da poco, dopo aver trascorso diversi anni tra New York, Providence, Boston. L'aiuto di Tornatore informò la mia agente che il regista voleva incontrarmi subito.

Feci una lunga chiacchierata con Tornatore e, qualche giorno più tardi, mi ritrovai sul set accanto a Gerard Depardieu e Roman Polanski. E' stata un'esperienza molto importante. Lavorare con Tornatore è magnifico e terrorizzante allo stesso tempo. La sua grande attenzione per i dettagli e la sua talentuosa capacità di emozionare sono speciali. Dirige gli attori comprendendoli e li accompagna dove vuole con sistematica gentilezza. La lavorazione del film non è stata delle più semplici. Tanti aneddoti e tante lezioni di cinema da tre mostri sacri che osservavo curioso ed ammirato.

Giuseppe Tornatore, al di là dei singoli gusti personali, è un vero, grande regista in cui talento, creatività e professionalità coesistono in modo straordinario.

Cosa ha rappresentato per te quel film?

Credo di aver preso coscienza della mia faccia e della mia resa sullo schermo proprio grazie a Una pura formalità. A furia di sentirmi ripetere da casting, registi e colleghi che ho un viso che “passa lo schermo”, piano piano ho iniziato a crederci, anche se, sinceramente, mi stupisco ancora quando me lo dicono. Ho imparato a stare su un set internazionale, pieno di professionisti in tutti i reparti. Ho imparato a raccogliere segreti dell'altrui recitare e del vivere sul set. L’estremo rigore di Polanski, la matematica precisione di Tornatore e la generosità in scena di Depardieu sono stati dei grandi insegnamenti sul campo.

In “Tutti i rumori del mare” di Federico Brugia, ti è stata affidata la parte di un protagonista di “poche parole”, ma sei riuscito a lavorare benissimo con lo sguardo e le espressioni. Cosa significa per te questo ruolo e, soprattutto, questo film?

Federico mi ha dato fiducia affidandomi un ruolo importante e particolarmente difficile che mi ha permesso di mostrare alcune delle mie sfaccettature interpretative. Sono orgoglioso di averlo fatto e che il pubblico lo abbia accolto favorevolmente. Il film ha vinto vari premi, tra cui il gran premio della giuria ad Annecy e il recentissimo Vasto Film festival come migliore opera prima. Averlo interpretato è stata una scommessa con me stesso il cui risultato, frutto di un lungo lavoro di preparazione e studio, ha superato di gran lunga le aspettative. Mi sarebbe piaciuto che alcuni dei casting e registi che ho invitato l'avessero visto. Purtroppo in Italia si pretende che gli attori provinati siano una copia del personaggio mentre io, nella costruzione del ruolo, cerco di essere diverso da me stesso, cerco di dargli posture, voce, fiati che non sono i miei, come, del resto, dovrebbe saper fare qualsiasi attore!

A ottobre esce il dvd e il bluray di “Tutti i rumori del mare” distribuito da Koch Video, e così si conclude la storia dei "rumori", una tappa importante nella mia vita artistica e personale. Spero che l'incontro con Brugia, con il quale è nato un sincero e affettuoso rapporto di stima reciproca, porti ad altre collaborazioni.

Hai mai vinto dei premi?

In teatro qualcuno l'ho vinto… il biglietto d'oro Agis a Taormina per l'interpretazione in “Naja”, ad esempio. In cinema è accaduto indirettamente con “The journey of hope” di X.Koller, Oscar come miglior film straniero, in cui avevo un ruolo interessante. Mi arrivò dall'Academy una lettera di ringraziamento che ancora felicemente posseggo. A dire il vero, non ho mai apprezzato particolarmente i premi perché li trovo molto spesso di parte. Devi appartenere ad un certo giro se vuoi avere la possibilità di vincerli! Sono pochi in Italia i premi seri e comunque non me li hanno mai dati!

Come si arriva ad un Oscar o un David di Donatello?

Bidi bodibi bu! Con una bacchetta magica? Scherzi a parte, lavoro da tantissimo tempo e posso solo dirti che la maggior parte dei premi non riconoscono quasi mai la qualità, l'impegno. Sono sempre giochi più grandi di me, di noi. Vigono regole che spesso non condivido e in alcuni casi sembra che tutto si riduca ad una festa tra i soliti noti.

Quest'anno ero candidato come miglior attore protagonista di "Tutti i rumori del mare" ma ero certissimo che non sarei entrato nella cinquina finale. Conosco, come ti dicevo, i meccanismi. Speri sempre che qualcosa sfugga all'ingranaggio ma è ben difficile che questo accada… Eppure, sia gli spettatori che le varie recensioni hanno lodato la mia interpretazione, sebbene, magari, non abbiano apprezzato il film nella sua totalità. Ma io non sono un "nome", non frequento il giro del cinema, non vado alle feste per intrecciare relazioni, non ho tessere, sono ancora “all'antica”: penso che il mio mestiere si debba fare, se lo sai fare, e che i risultati debbano essere frutto di professionalità, non di inciuci e rapporti interessati.

Hai recitato anche accanto a Paolo Rossi e Claudio Bisio, quest'ultimo diventata una figura nazional -popolare. Qual è il segreto per diventare un attore nazional-popolare e, soprattutto, vorresti diventarlo?

Non credo ci sia un segreto. Credo che occorra volerlo molto, andare in quella direzione e avere un po' di fortuna che faccia da condimento. Non mi è mai piaciuto esserlo. L'ho provato da giovanissimo, completamente inconsapevole. Ho capito che non è "cosa per me": si perde di autonomia e sei costretto a molti compromessi con te stesso per ottenerlo. Ti trovi costretto a ripetere lo stesso personaggio perché è solo in quello che la gente ti riconosce. Sono consapevole di non voler essere nazional-popolare, ma non sento la cosa come una manchevolezza! E poi non è oro tutto quel che luccica, credimi. Certo, una maggior visibilità mi farebbe comodo, e spero che arrivi… intanto cerco di farmi bastare quello che mi offrono, soddisfatto di fare qualcosa senza dovermene vergognare, dirigendo magari le energie verso altre forme artistiche.

Che tipo di attore sei?

Non saprei proprio dirtelo. Faccio un mestiere. Cerco di farlo bene, con passione e rispetto. Con disciplina, sacrificio e senza mai cadere nell’abitudine. Cerco di essere onesto nelle scelte e di portarle avanti credendoci. In una delle prime recensioni fui definito dal critico De Monticelli su il Corriere della Sera, con una citazione di Eduardo, un attore tra chianto e risate, risate e chianto. E' la definizione che credo più mi si addica insieme a quella del maestro Bellocchio che disse che ero un attore "compenetrante" che si trasforma appena indossa i panni del personaggio. Sono due modi che mi piace ricordare per definirmi attraverso gli occhi degli altri.

Teatro o cinema. Cosa preferisci e perché?

Non parlerei di scelta. Sono importanti allo stesso modo. In teatro amo di più dedicarmi alla regia di progetti con finalità sociali usando molto la musica e un linguaggio quasi privo di recitazione. Ecco, non amo la prosa come spesso la si intende in Italia, amo sperimentare, sfidarmi nei linguaggi e nelle forme nuove. Non sento, invece, la necessità, in questo momento, di tornare al teatro come attore.

Sto pensando ad un progetto teatrale in dialetto siciliano che mi vedrebbe nel ruolo d'attore ma per ora è solo in fase di scrittura. Il cinema mi piace molto ma non rincorro la "particina" nella fiction del momento o nei serial. Cerco un cinema d'autore che mi rappresenti e che mi offra la possibilità di gestire un ruolo, di interpretarlo e renderlo vero. Mi piacerebbe anche recitare in una commedia, ma di quelle alla francese, per intenderci! Dove la risata avviene per la situazione e non per la battutaccia!

Com'era è come è cambiata la professione dell'attore dai tuoi esordi ad oggi?

Ho lavorato in un periodo in cui il lavoro dell'attore era offerto a chi faceva davvero questo mestiere e ai produttori interessava la sostanza e non solo un “nome” da usare in cartellone. Si puntava sul progetto, sull'ensemble, sulla qualità, su testi nuovi e l'obiettivo era la qualità dello spettacolo. La miscellanea deformante che si è poi creata con la tv e i suoi personaggi ha svilito molto la professione. Questi pseudo attori, infatti, pur di apparire accettano condizioni che ledono la dignità di chi questo mestiere lo fa di professione. Siamo un paese che sta perdendo la propria serietà in ogni settore artistico, un paese che ha creato una fetta di pubblico incapace di distinguere un attore da un improvvisatore.

Io ho fatto molte scelte controcorrente sia in teatro che in cinema. Ho avuto la fortuna di aver partecipato a spettacoli e film che ancora si ricordano e l'onore di recitare accanto ad attori importanti come Valeria Golino, Vincent Gallo, Eli Wallach… sono stato diretto da registi come Bellocchio, Archibugi, Comencini, Placido. Ho cercato di puntare sempre sulla qualità e non sulla quantità. Questo ha salvaguardato la mia dignità, un po’ meno il mio portafoglio!

Quali sono l'attore e il regista più talentuosi in Italia?

Nel cinema, i registi sono parecchi, sia tra quelli già conosciuti dal grande pubblico, sia tra gli altri, meno noti ma con un notevole potenziale. Daniele Ciprì, per farti un nome, è tra quelli che apprezzo particolarmente. Ci sono anche molti validissimi attori ma, certo, anche i migliori faticano a essere convincenti in assenza di una sicura mano registica. In entrambi i campi ci sono talenti incredibili, purtroppo sono spesso i meno noti.

Hai realizzato dei lavori anche da regista. Me ne vuoi parlare?

Lavoro sempre su progetti teatrali con una finalità sociale. Mi interessa poco fare il regista con attori. Lavoro da oltre 14 anni con pazienti diversamente abili. Ho costruito e messo a loro disposizione una metodologia di riabilitazione attraverso i vari linguaggi teatrali che ho imparato ad usare. Insegno loro ad esprimere, attraverso la propria fisicità, tutta una gamma di linguaggi emozionali. Non parto dall’idea di realizzare uno spettacolo ma da quella di fare un laboratorio di lunga durata - anche due anni - per costruire con e sugli attori-pazienti una performance, dando modo ai disabili di creare il loro spettacolo e facendogli, alla fine, condividere il palco con grandi professionisti. Integrazione, condivisione, poesia e denuncia sono gli aspetti più significativi del mio interesse teatrale, in questo momento.

Con la Onlus la Stravaganza ho realizzato uno spettacolo sulla poetica di Fabrizio de André che ha riscosso un grande e commosso successo. Ora ci stiamo preparando ad una nuova avventura, con nuovi percorsi. Nomi importanti che hanno creduto a questo prossimo progetto ci hanno dato la loro disponibilità, come Andrea Torresani che si occuperà con altri musicisti della colonna sonora, e vecchie conoscenze come Niccolò Agliardi, ma non nella veste di cantante. Non posso dire di più, però aspettatevi un grande evento!

Oggi si vive solo di arte in Italia?

Quando hai una famiglia da mantenere o sei giovane e ti devi trasferire in una città come Roma per avere più possibilità di lavoro, diventa difficile poter vivere solo di arte, se non hai qualcuno che ti mantenga! Sei costretto a fare dell’altro, rubando così energia e tempo alla professione che hai scelto. Fare l'attore è ancora rivoluzionario, se non hai alle spalle i soldi di mamma e babbo. Occorre essere dotati di una grande, vera passione e la maturità necessaria ad affrontare i sacrifici e le difficoltà senza cedere allo sconforto. Io, per mia scelta personale, ho fatto e faccio solo questo mestiere, ben consapevole delle difficoltà di questa mia decisione.

La politica potrebbe aiutare l'arte? Come?

La vera politica sa che l'arte è fondamentale per la crescita di un Paese, l'emancipazione di un popolo. In Italia, in questo momento storico, tutto è in decomposizione. Siamo un paese fermo culturalmente da almeno 20anni, salvo rarissime eccezioni. Si chiudono teatri, cinema, librerie, musei… si ferisce l'arte nel modo più infame, non riconoscendone il ruolo. I soldi girano sempre negli stessi circuiti e non c'è mai trasparenza nelle varie sovvenzioni, esiste solo un grande spreco. Non vengono riconosciuti i diritti delle maestranze, non c'è un albo per gli attori, non abbiamo una tutela effettiva, non ci viene riconosciuta l’indennità di disoccupazione allo stesso modo che nel resto della Comunità Europea, non avremo neanche la pensione minima, tra non molto…

Ti pare giusto che un poeta come Pierluigi Cappello debba vivere una vita tanto disagiata mentre dei disonesti in Parlamento prendono 50 mila euro al mese? Non smetterò mai di denunciare questo stato di cose. Sono un eterno combattente, è più forte di me: se c'è ingiustizia, io la denuncio. La classe politica attuale mi fa vergognare di essere considerato un essere umano, se paragonato a loro. E' una situazione drammatica, ma a molti fa comodo continuare restare ancora immobili e zitti pur di non rinunciare ai propri privilegi. Stiamo vivendo un periodo buio, di regressione. E’ come se chi ci governa non avesse più il senso della realtà. Credo seriamente che molti di loro siano patologici, da ricovero in guardia seconda. Hanno calpestato i valori della Costituzione, oltre a quelli, come l’onestà e il senso della dignità personale, che permettono la convivenza civile.

Abbiamo perso ogni senso del vero e dell’onesto. Cosa vuoi che importi a questa accozzaglia di privilegiati della cultura? Occorrerebbe investendo di più, su tutti i fronti, editoria. musica,danza, cinema e teatro. Più trasparenza e più merito.

Cosa non ti ho chiesto in questa intervista?

Il mio 740!

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