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Scott delude con il suo "Robin Hood"

 di Marta Marrucco

Ci aveva promesso qualcosa di diverso dalla leggenda del fuorilegge di Nottingham che noi tutti conosciamo: ma Ridley Scott nel suo 'Robin Hood' racconta proprio un'altra storia, che risulta poco familiare e al contempo poco coinvolgente per essere il film d'apertura di una kermesse importante come quella di Cannes.

Alla veneranda età di 73 anni, e con una cinematografia alle spalle da far invidia a parecchi colleghi, Scott si è preso la libertà di giocare con i noti elementi leggendari e storici, finendo per girare un 'film-pastrocchio' in cerca di originalità che, pure essendo confezionato in maniera egregia con scenografia e fotografia mozzafiato (ricordiamo che Scott nasce come pubblicitario), ad ogni modo stride con la visione di coloro affezionati al mito originale.

Infatti, seppure il bandito di Sherwood sia avvolto da sempre in un alone di mistero, si conoscono a proposito pochi elementi (ricavati da documenti e poesie medievali) sui quali registi e scrittori si sono sempre basati per le loro trasposizioni: Robin è un giovane di nobile casata, che torna in patria dopo aver combattutto in Crociata per Riccardo Cuor di Leone ed è costretto a diventare fuorilegge per proteggere la povera gente dai soprusi del Principe Giovanni.

Il cineasta decide di fare di testa sua, in un prequel che intende mostrare l'uomo prima dell'eroe, e ne dà una sua versione: il protagonista è un arciere che acquisisce l'identità del nobile Robin di Loxley per tornare sano e salvo in Inghilterra dopo la morte di Riccardo in guerra. Giunto a Nottingham, si cuce definitivamente i panni del defunto addosso, innamorandosi della moglie Marion e scatenando in seguito le ire del neo re Giovanni, geloso del fascino che Robin esercita sul popolo e sui soldati.

Se tra il pubblico ci sono spettatori meno legati alla tradizione, e che accetterebbero di buon grado la personalissima nuova versione, quest'ultima non risulta comunque all'altezza del regista e del cast, perchè è tutto un 'già visto e già sentito': il protagonista Russell Crowe dieci anni dopo non appare tanto diverso da Massimo Decimo Meridio de 'Il Gladiatore', ma con la metà del carisma e con lo sguardo troppo accondiscentente; del film premio Oscar si scorgono anche le lunghe praterie, le mani che toccano la terra arida e melodie note nella colonna sonora.

Ma le battaglie, il coinvolgimento dei personaggi, il cuore del film non è lo stesso. Di copia sbiadita si può parlare anche per la splendida Cate Blanchett, che con la verve combattiva di Marion ricorda vagamente la sua 'Elizabeth'; nella storia d'amore fra i protagonisti manca la scintilla, non c'è trasporto come quello mostrato nel tanto criticato eppure migliore 'Robin Hood - Principe dei Ladri' del '91. Oscar Isaac, alias il principe Giovanni, è la copia scema di Commodo, interpretato a suo tempo da un talentuoso Joaquin Phoenix.

Mark Strong sembra non aver smesso i panni di Lord Blackwood in 'Sherlock Holmes' per dare vita all'infido Godfrey, e anche personaggi come Little John e Will Scarlett vengono quasi scimmiottati, con un uso dell'ironia troppo moderno che urta con i costumi indossati dagli attori. Fra gli interpreti, spiccano solo il veterano Max Von Sydow, intenso nei panni del suocero di Marion, e William Hurt, carismatico capitano dell'esercito al servizio della giustizia.

Dopo la prima ora di smarrimento, solo più tardi alcune fila del discorso vengono riprese, come la stesura della Magna Charta e gli scontri tra Giovanni e i baroni inglesi, accostandosi alla versione conosciuta della vicenda. La pellicola si conclude più o meno dove le altre cominciano, nella foresta di Sherwood, e a Cannes si è già parlato di sequel. Ma l'antefatto, così diverso eppure così poco orginale, non promette bene. Il cinema è arte e specie registi del calibro Scott hanno la chance della reinterpretazione. Ma, per favore, non chiamiamolo Robin Hood.

Foto da cinemaspy.com

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