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Roberto Saviano risponde alle parole del capo della squadra mobile di Napoli

Dopo le polemiche suscitate dalle parole del capo della squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, secondo cui lo scrittore Roberto Saviano non dovrebbe avere la scorta, è lo stesso Saviano a prendere carta e penna e a scrivere un lungo articolo sul quotidiano La Repubblica nel quale parla della sua scorta e del profondo senso di solitudine che ha invaso gli uomini che da sette anni lo proteggono.

L'autore del celebre romanzo "Gomorra" ha scritto: "'Lo vedi, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo'. Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte".

Lo scrittore ha ricordato anche tutti coloro che l'hanno difeso, che gli sono stati e gli stanno vicino, ma ha anche sottolineato che "uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano se ne è fatto portavoce" (il riferimento è al Corriere della Sera, in quanto le parole del capo della mobile di Napoli sono state riportate dal suo inserto Magazine ndr).

Su La Repubblica Saviano ha scritto: "Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum 'finalmente qualcuno che sputa su questo buffone'. Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: 'Si uccidono tra di loro', perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena... Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti. E serve l'attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com'è successo già troppe volte".

Ma lo scrittore, come sottolineano le sue parole, è sostenuto dalla vicinanza di tutte quelle persone che attraverso di lui possono dar voce al "proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze". Saviano ha poi affermato: "E' stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l'attenzione sui fatti di camorra. E' stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di 'condanna a morte'. Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste".

E poi ancora: "Ho dovuto esibire le prove dell'inferno in cui vivo. Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha detto 'c'è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta'. I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta".

Lo scrittore pone l'attenzione su quanto tutto ciò possa aver fatto piacere ai camorristi. Saviano ha poi affermato: "Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza. Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione".

Saviano ha poi affermato di sentire un "odio silenzioso" che monta sempre di più intorno a lui e che cerca consenso in una certa classe dirigente del Sud. Lo scrittore ha ricordato il tipo di battaglia che sta cercando di portare avanti, una battaglia che non ha nulla a che vedere con quella delle forze dell'ordine. Il suo è un altro ruolo. "La battaglia che porto avanti come scrittore è un'altra ha scritto Saviano - E' fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico".

Lo scrittore ha voluto ricordare la difficoltà della sua situazione, difficoltà che si traduce in impossibilità se "iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un'alleanza importante, giusta e necessaria".

 (foto © LaPresse)

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