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Reality: la recensione del film di Matteo Garrone

  • Locandina Ufficiale

Reality, il film di Matteo Garrone, proprio perché intitolato “reality” è la sfaccettatura più autentica del rapporto che spesso molte persone hanno con la televisione e con certe trasmissioni che simulano il vero, ma che ben sanno mascherare la realtà.

La pellicola del regista di Gomorra racconta la storia di Luciano, un pescivendolo napoletano che, sotto l’insistenza familiare, decide di fare un provino per il Grande Fratello. I giorni di attesa per la chiamata che stenta ad arrivare sono lo spaccato curioso della vita sognata che Luciano vive: percepisce, ingenuamente, di essere spiato, ma questo non è reale; sente che la produzione televisiva del Reality lo ha scelto per la trasmissione, ma questo non è reale; vive una vita sotto un riflettore che è solo il suo, un riflettore immaginario che si costruisce dentro casa intorno a sé e nella sua testa, manomettendo un andamento naturale, quotidiano e ciclico che è la sua vita e creando una bolla che presto potrà scoppiare.

L’apertura in pompa magna, con una carrozza dai colori sgargianti, ci fa già intendere che siamo in una realtà sognante, falsamente intrisa di un aspetto apparente che non ci appartiene, se non per la breve durata di un viaggio mentale e personale.

Il film di Garrone è un lavoro intenso, curato nei minimi dettagli dalla fotografia, alle musiche, sino alle riprese. La geniale scelta di puntare la camera sul viso di Luciano, seguire il suo sguardo, le espressioni del suo viso come se un vero occhio televisivo lo stesse tallonando dalla prima all’ultima ripresa di questo film, è una delle acutissime finezze che Garrone ha curato con grande minuzia, creatività, e talento comunicativo.

A sottolineare ancora di più questa genialità e questo stile del racconto visivo in alcune scene, è la messa fuori fuoco della realtà che scorre alle spalle di Luciano, dietro i suoi occhi, intorno alla sua vita, come se la storia fosse vista in soggettiva, la sua, quella immaginaria.

La coralità del film, sottolineata più volte da Garrone, emerge da alcuni gesti che identificano una filosofia familiare, di gruppo e non individuale relativa solo a Luciano, che sta nella “ossessione della fama”, della presenza in tv, come se essere in tv fosse marchio di garanzia. Il sogno della fama è come la radice di una pianta parassita che si infiltra nella terra e si dirama tra gli alberi di ogni membro familiare. Come non ricordare l’istante perfettamente comunicativo in cui Garrone punta la camera sulla figlia più piccola di Luciano e Mary che rimane affascinata davanti ad una paillette della maglia indossata dalla madre, la guarda come se rispecchiasse in essa la speranza che il suo amato papà possa, un giorno, arrivare in quel tubo catodico ed essere acclamato da tutti sotto i riflettori.

Con grande stile Garrone riesce a tenere in equilibrio il filo sottile che divide la realtà dal sogno e lo riesce ad esprimere con sincerità, grande trasparenza ed efficiente professionalità. Emblematica la carrellata, dopo il matrimonio di un parente, sulla svestizione degli invitati che sotto le paillettes e gli strass rivelano sottane, calze a gambaletto, grasso, peli, un’imperfezione fisica, le vere fattezze mascherate dai lustrini di una vita immaginata, desiderata.

La musica del maestro Alexandre Desplat sono il tocco straordinario che perfeziona il lavoro cinematografico di Garrone. L’atmosfera musicale sognata, dettata spesso da una morbidezza sonora, quasi nuvolosa e sospesa in aria, collima perfettamente con le idee fantasiose e sperate, tanto quanto irreali dei personaggi. Quasi una trasposizione musicale in veste “Dolce vita” felliniana.

Il film di Garrone è emozionante. Di primo acchito pensi di non poterti commuovere davanti a lustrini, occhi televisivi e piccolezze apparenti, ma quando un regista riesce a trasmettere, al di là di tutto, i valori di una famiglia e la loro solida unione, ti abbandoni alle grandezze intime di una unione che anche davanti alle difficoltà, alle gioie, ai dolori, alle pazzie, non è pronta a disgregarsi, ma a credere in una realtà, anche se costruita, e crederci tutti insieme.

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