Prometheus: la recensione del film

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Con Prometheus, opera visionaria e mastodontica che segna l'atteso ritorno del regista Ridley Scott alla fantascienza, che con Blade Runner aveva rifondato, il cinema americano in 3D rispolvera la mitologia classica e torna alle origini, alternando l'horror e la sci-fi, che fanno breccia nello sguardo.

L'astronave Prometheus parte in missione per esplorare un pianeta sconosciuto e distante diversi anni luce dalla Terra con un equipaggio che raggruppa menti brillanti e uomini curiosi come bambini. Con l'obiettivo di scoprire qualcosa in più su una specie extraterrestre che potrebbe aver preceduto e creato quella umana, la coppia di archeologi Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e Charlie Holloway guida l'impresa finanziata dalla Weyland Corporation, capeggiata da Meredith Vickers (un'algida Charlize Theron). Il gruppo segue le tesi futuristiche del fondatore Peter Weyland, che credeva nell'esistenza di una civiltà aliena, la cui presenza sarebbe stata rivelata ai due scienziati da numerose pitture rupestri rinvenute in Scozia. Ad aiutarli sarà l'androide David (uno straordinario Michael Fassbender) che presto sembra interessato a un'altra pista, rivelatrice di una verità più amara di quella in cui gli astronauti vogliono credere.

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La leggenda degli "ingegneri", una sorta di American Gods che svela subito lo zampino di Damon Lindelof (Lost) dietro la sceneggiatura, diventa il pretesto narrativo e tematico per mettere in scena una storia complessa sulla razza umana, sulla maternità e perfino sulla religione che si svita tutta intorno alla protagonista femminile. Se nel primo Alien, di cui il film si fa calco volontario, era l'androgina Sigourney Weaver a incarnare il tenente Ripley, ora è la star europea del nuovo Millennio, Noomi Rapace, a vestire i panni, più tech e romantici, della donna a cui si legano creazione e distruzione degli esseri extraterrestri. Crocifissa da una maternità mostruosa, l'eroina equilibria le sue conoscenze scientifiche e una fede sintetizzata da una croce che pende più sulla testa che sul collo. Come una donna bionica del futuro ragiona a mente lucida eppure ha le lacrime agli occhi quando crede di essere vicina alla scoperta che potrebbe dare una nuova spiegazione alla nascita della civiltà. Vita e morte si alternano straordinariamente sulla sua strada tra lutti dolorosi e parti terrificanti, enigmatiche metafore del senso, spirituale, della vita.

Purtroppo però il nuovo capitolo, inevitabilmente chiuso da una cerniera aperta più furbetta che necessaria, non apporta lo sperato contributo creativo alla saga tra le più immaginifiche e memorabili del genere. Con una sceneggiatura che strizza l'occhio coi suoi dialoghi spesso ironici, ma non scava nelle psicologie dei suoi personaggi, che restano solo innesti della protagonista, Prometheus non decolla. La sua messa in scena, suggestiva e lunare, fatica a far brillare gli occhi: l'estetica distopica di Scott coi suoi fondali rocciosi e grandiosi immerge in atmosfere indubbiamente affascinanti, ma non basta a ri-scaldare i cuori dei suoi fan.

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