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"No - I giorni dell'arcobaleno": la storia delle parole che abbatterono Pinochet, la recensione

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di Fabio Pagano

Le dittature, anche le più sanguinarie e spietate, spariscono nel silenzio o nel fragore della rivolta. La dittatura del generale Augusto Pinochet che ha soffocato il Cile per quasi vent’anni è sparita sommersa dall’allegria, dalla gioia di vivere e dalla voglia di cambiamento del popolo cileno risvegliato da un messaggio cui nessuno dava credito. “No – I giorni dell’arcobaleno” è la storia di quei giorni del 1988 che hanno cambiato la storia del paese sudamericano.

Renè Saavedra è il figlio di un esule cileno. Tornato in patria per fare il pubblicitario viene assunto da uno dei maggiori sostenitori del regime di Pinochet che è il proprietario di un’agenzia pubblicitaria. Il talento del giovane Renè dà subito grandi frutti e diventa un creativo affermato e benestante, almeno per quella che è la realtà cilena di fine anni ottanta.

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Spesso le sue idee sono troppo trasgressive e non vengono accolte come meriterebbero. Dal punto di vista familiare Renè ha grandi problemi. Vive da solo col figlio perché la madre, coinvolta spesso in manifestazioni contro la dittatura, convive con un altro uomo. Tra i due c’è un rapporto molto complicato.

La concessione da parte del regime di un referendum viene accolta come un’occasione irripetibile da parte dell’opposizione e per realizzare la campagna viene assoldato Renè Saavedra. L’approccio è diverso da quello che vorrebbero i partiti politici. La campagna pubblicitaria non attacca Pinochet, non evoca la paura ed il dolore, ma l’allegria, la gioia, il sorriso. Il logo è un No sormontato da un arcobaleno.

Inizialmente la campagna è snobbata, ma minuto dopo minuto, filmato dopo filmato, balletto dopo balletto fa breccia nel cuore di un paese che non aveva più la speranza. Un paese a cui mancava un sorriso. “No – I giorni dell’arcobaleno” è girato con una fotografia che rimanda indietro a quel periodo storico, a tratti sembra un documentario in presa diretta. Il film, che comunque sfiora soltanto le torture e le sopraffazioni del regime, ha uno stile visivo molto simile ad un classico come “La notte delle matite spezzate”.

Gael Garcia Bernal mette a segno un’interpretazione senza sbavature ed assolutamente credibile e la regia di Pablo Larrain è perfetta per il genere di messaggio che il film lancia. Le parole e l’allegria sono importanti ed a volte, in occasioni particolari, hanno il potere di cambiare il mondo. Per fortuna.

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