Excite

"L'ultima ruota del carro", recensione: l'Elio Germano che (ri)emoziona, il Giovanni Veronesi che sorprende al Festival di Roma 2013

  • Getty Images

Se a qualcuno balenasse in mente l'idea di spiegare ad uno straniero i meccanismi tanto intricati dell'Italia e le dinamiche che è costretto a vivere, anche di sua sponte, l'italiano medio, non c'è bisogno di sprecarsi in sproloqui o monologhi ed arrovellarsi il cervello a cercare di trovare le parole giuste per non sbagliare: basta chiedere due ore del suo tempo, e mostrargli il film "L'ultimo ruota del carro” di Giovanni Veronesi.

L'ottava edizione del Festival di Roma si è aperta con una lacrima, con l'esplosione dell'amarezza che noi Italiani ci portiamo dietro da sempre, e con quello spirito giocondo che ci becca proprio quando la tragedia è finita e stiamo trionfando perché il peggio è passato.

Il regista dei vari “manuali d'amore” ha raccontato - con grande sorpresa - in 113 minuti, 40 anni della nostra Italia vista dagli occhi normali e comuni di Ernesto Marchetti, un lavoratore, un italiano che ha passato la sua vita a rincorrere la fortuna, a ricorrere proprio la vita nella sua essenza senza badare che il suo percorso storico personale lo stava costruendo lui stesso con le sue battaglie, le sue sconfitte e le sue piccole gioie. Ernesto è un bambino negli anni ’60, un giovane ragazzo negli anni ’70 e un papà e lavoratore negli anni ’80 e ’90, un nonno negli anni 2000 che ha combattuto con la sensazione di essere sempre “l’ultima ruota del carro”. Ha cambiato mille lavori: da tappezziere, a cuoco di una mensa d’asilo, a trasportatore personale di un pittore, a facchino, quello che non ha mai cambiato e non ha mai mutato la sua personalità è stata l’onestà. Figlio di un padre-padrone capace di influenzare il suo percorso di crescita, Ernesto è stato un combattivo che ha lasciato qualcosa al caso, ma molto alla sua decisione.

In questo film abbiamo avuto la rara occasione di percepire un Giovanni Veronesi diverso, non quello di corna, delusioni d’amore, intrighi passionali, ma uno nuovo che ha trasmesso, attraverso la pellicola, i valori dell’onestà e del sacrificio, quelli che qualcuno si è dimenticato di avere: dall'amico che ti tradisce, al padre autoritario che ti ha illuso di essere "l'ultima ruota del carro", lasciandoti crescere sì nell'onestà, ma nella più totale insicurezza; sino al tradimento di quella fortuna che hai cercato di rincorrere in tutti i modi senza risultati soddisfacenti.

Sono proprio loro a corrompere e a sotterrare l’onestà, a fare dell’Italia un paese che ha dimenticato i sacrifici, la collaborazione della guerra, le vittorie che ha portato a casa in modo pulito, anche se troppe poche sono state le volte.

Nonostante ciò, Ernesto Marchetti non è un vinto, non è un debole, è l'effige iconografica di chi, con la sua forza, non si è lasciato scalfire dalla malattia (presunta o reale), dalla fatica, dalla povertà, dalle amicizie sbagliate, dai fallimenti.

Protagonista assoluto del film Elio Germano accompagnato, in questa pellicola, da un’ottima spalla femminile, Alessandra Mastronardi, che ormai ha scordato i tempi ingenui delle fiction italiane (“I Cesaroni”) e si è lanciata con sicurezza sul grande schermo e “L’ultima ruota del carro” è l’esempio concreto della sua maturità cinematografica.

Guarda le foto più belle di Elio Germano

Elio Germano (Ernesto) è il ritratto di un'Italia che non cambia, un'Italia che si è sempre arrabattata non solo in tempi di crisi, ma anche in tempi non sospetti quando la ricchezza dominava al Governo e avvalersi di una raccomandazione faceva sperare che la fortuna girasse dalla propria parte. Elio Germano, poi, si sa, è un maestro dell'amarezza, della malinconia, è un maestro nel toccare i sentimenti degli italiani con le sue espressioni facciali. E' ancora chiaro il ricordo del suo pianto disperato in "La nostra vita" sulle note di “Anima fragile” di Vasco Rossi, e sono ancora indelebili i ricordi che lo vedono sul palco di Cannes, ad innalzare al cielo, con una palma d’oro, il suo talento, e dedicare il premio “all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente”.

Elio Germano è camaleontico, non è mai uguale quando piange, non è mai uguale quando ride. Sa calarsi perfettamente nella parte e ci crede più della realtà. Spettacolari: Richy Menphis che, quando rappresenta la sua romanità, è un fenomeno del grande schermo, Alessandro Haber che, calato nella parte dell’artista, ha trovato la sua dimensione ideale.

Ma il film di Veronesi non racconta solo l'Italia degli ultimi trent'anni attraverso le vicende storiche che l'hanno coinvolta - il delitto Moro, l'arresto di Bettino Craxi, l'avvento in politica di Berlusconi – ma racconta il quotidiano dell'italiano tra rapporti clientelari, attese al call center per parlare con un servizio pubblico come il Comune, la scontrosità del servizio sanitario che, nonostante abbiano a che fare ogni giorno con delle persone, crede fermamente di avere davanti dei numeri, delle bestie. E’ agli italiani della normalità che andrebbe “data una medaglia”, come spiega Giovanni Veronesi in conferenza stampa, perché sono loro a fare la storia.

"L'ultimo ruota del carro" dà l'impressione che ci sia un destino scritto per tutti, che ci sia una mano invisibile che ci muove come delle marionette, ma quello che di evidente lascia però intendere, è che siamo noi artefici del destino e che non ci sono né santi in paradiso, né amici o aiutanti, come quelli delle fiabe, pronti a farti risalire la china quando sei stai sprofondando. No, non c’è nulla di tutto ciò, la vita dipende da noi e solo da noi.

cinema.excite.it fa parte del Canale Blogo Entertainment - Excite Network Copyright ©1995 - 2017