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Gli orrori della guerra in "L'uomo che verrà"

 di Marta Marrucco

Dopo l'opera prima "Il vento fa i suo giro", il talentuoso Giorgio Diritti torna dietro la macchina da presa con "L'uomo che verrà", drammatica testimonianza storica sulla strage di Marzabotto avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale.

La pellicola, presentata in concorso al Festival di Roma, mostra con gli occhi della piccola protagonista Martina ciò che avvenne tra il 28 e il 29 settembre del '44 nei dintorni di Monte Sole, vicino Bologna, quando le truppe SS provocarono l'eccidio di più di 700 persone - per la maggior parte donne, bambini e anziani - come rappresaglia nei confornti dei partigiani della zona. Diritti è abile e cala interamente lo spettatore nella vita dei contadini del luogo, conduce per mano fin dall'inizio nelle loro case, nella loro quotidianità.

La fedele ricostruzione degli avvenimenti, supportata dai racconti dei superstiti, trae vantaggio anche dall'utilizzo dell'antico dialetto emiliano parlato in quegli anni e dai visi segnati e intensi di attori non professionisti, con l'eccezione di Alba Rohrwacher, Maya Sansa e Claudio Casadio; questi ultimi hanno accompagnato il regista al Festival, assieme a Greta Zuccheri Montanari, alias Martina.

"La famiglia protagonista della storia è inventata ma il resto è basato sull'apporto delle testimonianze dei sopravvissuti, rivelatesi fondamentali" ha raccontato Diritti in conferenza. "Con loro abbiamo intrapreso un percorso in un passato impossibile da dimenticare: chi è scampato alla strage convive con un senso di angoscia e di colpa. E pensare che il processo sul caso è stato aperto solo due anni fa. La pellicola racconta di una strage di civili, come lo siamo noi: al giorno d'oggi quando si parla di morti al tg, il numero suona come una parentesi quando dietro ad ogni avvenimento del genere si cela una tragedia personale".

Maya Sansa ha parlato di come sia stato difficile ma al contempo divertente studiare il dialetto in cui è parlato il film: "Abbiamo avuto un ottimo insegnante sul set, Giorgio Monetti, è stato come imparare una lingua sconosciuta, musicalità e candenze, per poi inserirle nello stato d'animo dei personaggi". Diritti aggiunge: "Il pubblico non ama i sottotitoli ma ne vale la pena, in cambio si ha la sensazione di fare un salto nel tempo e di entrare in quell'atmosfera".

Attraverso le testimonianze, Diritti e gli sceneggiatori hanno appurato che i soldati tedeschi autori della strage erano tutti ragazzi molto giovani, com'è mostrato nel film: "E' un elemento inquietante: erano persone cresciute e formate nell'ideale nazista. Per loro gli italiani erano un sottospecie, ucciderli era come uccidere mucche".

Nonostente il tragico episodio di cui si narra, "L'uomo che verrà" è un film di speranza: come nel titolo, si guarda al futuro, augurandosi nell'avvento di un uomo migliore. "Vorrei che fra tanti anni - conclude Diritti - si guardasse alla guerra come a qualcosa di totalmente estraneo alla nostra cultura e alla nostra società".

 (foto © LaPresse)

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