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Da regista a profugo: la storia di Mohammad Amin Wahidi

Mohammad Amin Walidi, regista afgano, era venuto in Italia in agosto per presentare il suo cortometraggio "Treasure in the ruins" ai Festival del cinema di Venezia e di Milano, ma da due mesi è profugo nel nostro paese.
Non può tornare a casa, perché su di lui pende una fatwa, una sentenza di morte, emessa dai talebani.

A scatenare le ire degli estremisti religiosi, che già altre volte avevano minacciato il giovane per le sue attività, è stato il film a cui il giovane aveva iniziato a lavorare.
La pellicola, dal titolo provocatorio "Keys to Paradise", ha l'intento di denuciare la follia degli attentatori suicidi e l'ignoranza che fa da terreno di coltura per l'estremismo religioso.
La risposta degli estremisti non ha tardato a farsi sentire.
Prima di rientrare a casa, Amin, è stato avvertito con una mail dei rischi che avrebbe corso tornando nel suo paese e che anche i suoi genitori erano stati costretti a fuggire da Kabul a Bamyan: di loro Amin non ha più notizie da mesi.

Diplomatosi all' Academy Art, il giovane è da sempre in prima linea per la tutela dei diritti umani e per l'evoluzione democratica in un paese tormentato come l'Afghanistan. Oltre all'attività di regista, Amin lavorava anche presso la Ariana, emittente indipendente afgana e per il contenuto delle sue trasmissioni era già stato nel mirino degli estremisti islamici.
Tuttavia il giovane venticinquenne, determinato e convinto delle sue idee, non si era mai lasciato intimidire; questa volta però, le cose sono andate diversamente.

L'unica cosa che può fare il giovane, dalla mediateca di Milano è lanciare appelli attraverso il suo blog, dal quale promette di ultimare le riprese del suo Keys to Paradise e di proseguire i sui studi di cinema.


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