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Castellitto padre opprimente in "Alza la testa"

 di Marta Marrucco

Al Festival di Roma sbarca anche uno dei migliori rappresentanti del cinema italiano, Sergio Castellitto, con il film in concorso "Alza la testa" di Alessandro Angelini. Il regista debuttò nella prima edizione del Festival con il suo primo lungometraggio, dal titolo “L’Aria Salata”.

Protagonista della pellicola è un padre, operaio con il sogno infranto del pugilato, che ha cresciuto il figlio da solo, come una sorta di rivincita nei confronti della vita: lo allena tutti i giorni sul ring, gli dice di “alzare la testa”, frase metaforica che simbolizza l’orgoglio e la grinta con le quali affrontare il mondo. L’uomo è fin troppo presente nella vita del ragazzo, ormai adolescente e bisognoso di nuove esperienze, e il carattere autoritario e oppressivo del genitore porterà involontariamente a tragiche conseguenze.

Castellitto è giustamente considerato l’erede dei grandi attori della commedia all’italiana, da Gassman a Sordi: è un artista convincente, risulta realistico in qualsiasi pelle, e nel film di Angelini mostra ancora una volta il ritratto di una vita comune, nella quale ci si può riconoscere. Al suo fianco c’è il giovane Gabriele Campanelli alla sua prima esperienza cinematografica, che conquista con il viso da bravo ragazzo e gli atteggiamenti impacciati e decisamente spontanei. La sceneggiatura verso il finale, però, dilaga con l’inserimento di troppi avvenimenti, e il film risulta sovraccarico e confuso.

“’Alza la testa’ è una pellicola semplice, popolare, estremamente fisica” ha dichiarato Castellitto in conferenza. “Il mio personaggio, Mero, è un operaio dalla mentalità chiusa, circondato da un universo al maschile, che cresce il figlio e poi si trova di fronte a un dolore indicibile. Ma la vicenda di questo ometto, nel senso più affettuoso del termine, lo porta a intraprendere un viaggio che gli insegnerà ad “alzare la testa”, a guardare la gente e i loro bisogni negli occhi”.

Angelini parla di un tentativo di resurrezione del personaggio nel corso del film: ”L’ambizione di ogni regista – aggiunge – è di realizzare un film simile alla vita, che non è mai lineare. Il percorso di Mero trasforma la pellicola da una commedia sgangherata a un film drammatico ma il finale lascia una speranza, una finestra aperta sulla vita”.

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