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"20 sigarette", in ricordo di Nassyria

 di Marta Marrucco

'Nessun escamotage cinematografico, solo la verità'. Esordisce così nella conferenza napoletana Aureliano Amadei, parlando della sua opera prima '20 sigarette', in cui racconta l'atroce esperienza da sopravvissuto alla strage di Nassirya. La pellicola ha vinto il primo premio nella categoria Controcampo Italiano a Venezia.

Un film diretto, che arriva allo stomaco come un pugno, in cui il regista 35enne apre mente e cuore lasciando trasparire i ricordi più personali dell'episodio che gli ha sconvolto la vita: 'Ho cominciato a scrivere il romanzo 'Venti sigarette a Nassirya' subito dopo il ricovero in ospedale' ha raccontato Amadei, rimasto offeso ad una gamba e sordo ad un orecchio. 'Ma ho sempre pensato di volerci fare un film: ho lasciato passare sei anni, raggiungendo il giusto grado di maturazione'.

Nel 2003 Amadei aveva 28 anni e partì per l'Iraq come aiuto regista di Stefano Rolla: non ebbe neanche il tempo di fumare un pacchetto di sigarette - come da titolo - che un'autobomba piombata nel cortile del comando dei carabinieri a Nassirya mise fine alla vita di 19 italiani, tra soldati e lo stesso Rolla. Malgrado sia stato gravemente ferito, Aureliano riuscì a salvarsi.

Ad accompagnare il regista sono i due attori protagonisti, Vinicio Marchioni e Carolina Crescentini, che rispettivamente interpretano Amadei e la sua compagna: 'Abbiamo trascorso un mese assieme prima di iniziare le ripese, poi Aureliano mi ha detto 'Ora tu sei me'. Ho avuto l'opportunità di non creare uno stereotipo, siamo stati messi in condizione di esprimerci al meglio' ha spiegato il tenebroso Marchioni.

Gli fa eco la Crescentini: 'Aureliano e Claudia - il mio personaggio - ci hanno permesso di entrare nella loro vita, caricandoci di una certa responsabilità. Non puoi mancare di rispetto ai ricordi degli altri. Malgrado le difficoltà, è stato un percorso naturale, siamo stati diretti con grande generosità emotiva'.

Il suo modo di fare cinema è definito da Amadei 'quasi schizofrenico', per dare veridicità al racconto: 'Ho voluto girare la scena più forte del film, quella dell'attentato, in soggettiva. Ricordo alla perfezione tutto quello che successe in quei dieci minuti d'inferno, e ho voluto riportarlo fedelmente in ogni fotogramma' spiega Amadei. 'Ma più di tutto, ci tenevo i giudizi dei familiari delle vittime, che mi hanno ringraziato di aver portato la verità sul grande schermo'.

Ai giornalisti che gli domandano se '20 sigarette' per lui sia stata un'operazione terapeutica, Aureliano risponde: 'Mi sembra riduttivo. Per me fare terapia significa parlare con tutti voi del mio dolore, della rabbia, del senso di colpa nell'essere sopravvissuto ma anche del mio amore verso la vita. Spero che il mio messaggio arrivi. Con il film - conclude - ho voluto rendere giustizia a coloro che sono stati definiti eroi ma erano anzitutto esseri umani'.

Foto da Excite Italia

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